PRODUZIONE DI CIBO BIOATTIVO, NUTRACEUTICO

Premessa: Il nostro sforzo, il nostro obiettivo è volto affinché Il COLTIVARE venga collocato al centro del panorama culturale condiviso
etimologia
· 1 Preparare il terreno affinché vi crescano le piante; curare la crescita di queste ultime: c. l’orto, il grano
· 2 fig. Praticare con impegno una qualche attività; nutrire un sentimento: c. la musica, un sogno || c. un’amicizia, impegnarsi nel conservarla riprende la parola latina coltura, derivato dal verbo colere che significava coltivare, da cui proviene anche il nostro agricoltura, la coltivazione dei campi. Il verbo in latino, con l’abbandono della vita nomade e l’affermarsi dell’agricoltura stanziale, da coltivare un territorio prese anche il significato di abitare, cioè vivere stabilmente in un determinato luogo;
La coltivazione dei campi esigeva cure continue e attente, per cui in una società di agricoltori come quella della Roma delle origini, fu facile estendere l’uso del verbo colere a tutte le attività e situazioni che richiedevano un’assidua cura. E il sostantivo cultus, tratto dal participio passato del verbo, venne a indicare non solo il coltivare, il far crescere, ma anche la cura in generale per qualcosa, e in senso specifico tanto il servizio religioso verso gli dei, quello cioè che tuttora chiamiamo culto, quanto la coltivazione degli esseri umani, in particolare dei giovani, cioè la loro educazione.
Da quest’ultima accezione proviene il valore di cultura nel suo senso moderno più generale: il complesso di conoscenze, tradizioni e saperi che ogni Popolo considera fondamentali, e in quanto tali meritevoli di essere trasmessi alle generazioni successive.
Il mio interesse per il COLTIVARE nel senso etimologico (cure continue e attente saperi meritevoli di essere trasmessi) ha avuto inizio quando nel cercare di risolvere un singolare paradosso osservato in diversi parchi e giardini e cioè l’impossibilità di curare e risolvere, con i migliori fitofarmaci e concimi esistenti, una forma degenerativa delle piante acidofile e in particolare delle azalee che lentamente deperivano e morivano.
A quel punto mi sono posto una domanda: come facevano i vecchi vivaisti ad avere azalee bellissime, di diversi anni di età, senza avere i prodotti chimici di cui noi ci siamo avvalsi senza successo? Ho ancora vivido il ricordo delle esposizioni della Società Toscana di Orticultura sotto le logge degli Uffizi con grandi piante di azalee dalle fioriture meravigliose!
E’ iniziato così un percorso alla ricerca del sapere meritevole di essere trasmesso , del capire come con cure continue e attente si potevano ottenere piante sane e meritevoli di essere esposte. Se, come dicono gli antropologi, coltivare il proprio cibo è un’attività che definisce l’essere umano – l’atto che segna l’inizio della cultura, allora non dovremmo sorprenderci del fatto che osservare i suoi processi, capirne i meccanismi naturali e cercare di riprodurli in una prospettiva ecologica tocchi corde emozionali profonde.
La coltivazione stanziale offrì non soltanto pasti più regolari nel tempo ma anche l’occasione del mangiare insieme in un luogo e in un momento stabiliti. Questo COLTIVARE , nel processo dello sviluppo umano, era un salto epocale, perché prima tutta l’attività umana era legata al procacciamento del cibo per la sopravvivenza. Si delinea così una sequenza evolutiva che si articola in tre stadi: primitivo, intermedio e moderno. All’interno del primo stadio si opera un’ulteriore distinzione fra due fasi, la seconda delle quali coincide con l’apparizione delle società primitive ‘avanzate’. La sedentarizzazione e lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento sarebbero i fattori che, determinando un rafforzamento e una ‘cristallizzazione’ dei diritti di proprietà, danno avvio al processo di differenziazione e gerarchizzazione che ha caratterizzato l’evolversi delle società umane.
Se la coltivazione ha un ruolo così centrale per l’identità, la biologia e le culture umane, si può ragionevolmente pensare che l’affermarsi del coltivare in modo industriale ha conseguenze molto negative per la nostra specie: negative per l’ambiente, negative per chi coltiva e negative per la nostra salute.
La distanza ormai abissale tra gli abitanti delle città e qualsiasi coinvolgimento fisico diretto con i processi grazie ai quali avviene la produzione, sta modificando la nostra idea di cibo e nel nostro immaginario collettivo l’unico campo che va coltivato è quello chiamato “supermercato” , dove il cibo (lavorato, trasformato e confezionato in mille modi) non ci fa più immaginare e ci tiene molto lontani dai campi, dalla terra e dal lavoro necessari per produrli.
E così il cibo diventa un’astrazione e non appena ciò accade diventiamo facili prede di versioni sintetiche del cibo reale e così finiamo per nutrirci di rappresentazioni. Lo scopo di questa rubrica sarà quello di analizzare il problema e proporre soluzioni di agricoltura sostenibile, agricoltura su piccola scala capace di produrre cibo vero, cibo che ci cura e non ci avvelena, capace di rendere fertile la terra su cui si attua la coltivazione , ribaltando paradigmi e stereotipi coltural-culturali.

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